Non c’era una volta

A volte sei fuori. Ti agguanta la vita o quella piccolissima irrisoria marginale condizione che adoriamo denominare vita e ti dimentichi di ciò che prima s’abbinava strutturalmente ai tuoi giorni. A volte sei fuori però prima eri dentro e lo sapevi benissimo. Che quelli sarebbero stati i tuoi primi giorni di leggendaria rivalsa. Che un momento prima puoi star bene e il secondo dopo lo stomaco s’è già attorcigliato sei volte su se stesso. Lo sapevi. Sì, sapevi pure questo. Che a volte sei fuori, che ti prende la vita, che gli impegni di prima forse han smarrito gran parte del senso che pensavi avrebbero serbato per sempre, come il mobiletto del bagno che è lì, che è sempre stato lì, perché quando i costruttori del mobiletto del bagno crearono il mobiletto del bagno sapevano esattamente in quale casa ed in quale bagno avrebbe trovato dimora quel qualsiasi mobiletto del bagno. Perché prima che diventasse familiare, quel mobiletto del bagno era un forestiero. Un mobile qualsiasi che hai visto per la prima volta, che non ti mancherebbe neanche un po’ se svanisse all’improvviso e che, in effetti, detesti anche un po’ perché è arrivato per alterare la tua rinfrancante prospettiva domestica. Ed a un certo punto quel mobiletto, dapprima selvatico e nemico, diventa parte della tua casa, parte del tuo ritmo circadiano, parte di quelle mattine in cui opteresti per gettarti dal balcone piuttosto che andare a lavorare, parte di quelle mattine in cui rimpiangi di aver fatto quel tipo di scelta piuttosto che un’altra, quei rarissimi pomeriggi in cui non sei al lavoro e rammenti quando poi, in fin dei conti, l’avevi acquistato quel mobiletto. E quando hai pensato di venderlo. Quelle sere in cui neanche riesci a guardarti allo specchio perché l’unica cosa a cui aspiri è dissiparti, smembrarti nel momentaneo godimento di un’orizzontalità effettiva. E che questa sera non vorrai scintille. No, voglio dormire, cazzo. Lasciatemi in pace. Non destiamo il mobiletto del bagno. Che la notte passi lentissima e tutto trascorra flemmatico fino alla mattina successiva. E il mobiletto del bagno è lì. E ti guarda. Ti riconosce. Sa che vorresti tornare a dormire ma t’elargisce un po’ del suo calore. Ed un po’ tutte le cose fanno la fine del mobiletto del bagno. E ne spartiscono gli inizi, addirittura. Arrivano nella tua vita e tu ne puoi fare a meno perfettamente. Cioè, chi sei? Che vuoi? Ma chi ti conosce? Il mio cuscino non sa neanche come hai scelto la forma del tuo alito e perché hai scelto proprio quella lì. Che cosa pensi di poter ottenere rimanendo accanto a me come se ti spettasse di diritto un posto incolume nella mia vita? Arrivano nella tua esistenza e un po’ li odi perché desiderano irreprensibilmente compromettere la tua sanità mentale, la tua familiarità guadagnata, i tuoi orari di merda che però sono i tuoi fottutissimi orari di merda e non glieli devi toccare, le tue scelte alimentari, la questione di vita o di morte che a trent’anni diventa l’uscire il venerdì ed il sabato sera. Arrivano nella tua vita e po’ vorresti che se ne andassero, che non fossero neanche mai apparsi perché forte e sempre più fortemente anelano a nuocere gravemente al tuo equilibrio notturno, quell’interruzione che non sarà mai più la stessa di prima, il fatto di rivelarsi completamente l’opposto di ciò che avevi pensato di rincorrere. E magari vogliono anche spostare il mobiletto del bagno, sventurati miserrimi bastardi. E tu glielo lascerai fare perché il desiderio di rivoluzione l’hai perduto chissà dove, forse a quella festa o forse quando rinunciasti a quel lavoro. O forse quell’ultima volta in cui ti vidi e che per paura di una tua reazione spropositata non ti fermai neppure. Forse quella smania di rivoluzione non esiste, non è mai esistita ed è solo un’illusione predisposta a tavolino dai fabbricatori di adolescenti. Forse non c’è proprio un bel nulla da ridere. Però neanche da piangere. Perché in fin dei conti sei tu che hai scelto di portare avanti la tua personale rivoluzione. Tua, esclusiva. Tua, individuale. La tua personale rivoluzione che magari gli altri non capiranno, e che, peggio ancora, improbabilmente ti si rivelerà in maniera nitida. Neppure tu sarai convinto della scelta effettuata. Gli altri supplicheranno per rimpinzarsi d’un altro po’ del tuo cervello. E ti domanderai se a volte non sia meglio donarsi, continuare a farlo, anche se non ne hai più voglia. E forse è lì che, per un modesto e trascendente istante, presentirai che va benissimo così. Che non te ne frega niente se gli altri non capiscono perché hai cambiato direzione, così, all’improvviso. Che non te ne frega niente se tu stesso continui a sbalordirti per i reiterati e divergenti fulmini che hanno condotto a tutto questo. Non te ne frega più niente di tutti quelli di cui non te n’è mai dovuto fregare niente. E ti importa solo di quelli che sempre hanno meritato l’opportuna ed immarcescibile fondamentalità nella tua vita. E le cose, piano piano, si rivelano nella loro a volte preoccupante interezza. Sei una rondine, in fin dei conti. Ti ha detto che sei una rondine, che vanti in te connaturato quel totem che un po’ anche ti agita. Una rondine traballante, non c’è dubbio. Però sei tu che hai deciso di portare avanti la tua personale rivoluzione. Un po’ come quando al liceo per la prima volta provavi giudiziosamente a tradurre una versione di greco per poi fingere di non essertici applicato. Perché era e doveva essere solo tuo il merito, la vittoria silente, la gloria impercettibile all’udito altrui, il trionfo silenzioso e guizzante dentro di te. Quella era la tua personale rivoluzione. E quella sarà la tua personale rivoluzione e capirai che sta filando alla meraviglia quando il pensiero di rimanere da solo lascerà il tempo che ha trovato. Quando il pensiero di restare solo farà spuntare sul volto un ghigno di lancinante conforto. Ma fingerai che sono le prime rughe, tranquillo. In fin dei conti se sei riuscito ad approdare fin qui sano e salvo è perché hai saputo dissimulare. Altrimenti la tua vita sarebbe rimasta in potenza. Altrimenti la vita in generale abortirebbe ancor prima di concepirsi. E nessun apostrofo pagherebbe i danni.

º Adriano Luciani

thumb_5675_media_image_1144x724

Le vent nous portera

In un momento torni alla mente. La saluti da lontano, bussi forte come fosse un tuo diritto inesorabile ed aspetti qualche secondo. Ma non hai ricevuto il dono della clemenza ed allora ricominci a bussare forte, perché devono schiudere, perché non puoi restare con le mani in mano. Bussi, poi picchi ancora più forte perché sei abituato a conquistare tutto ciò che desideri, così, da un battito di ciglia all’altro. Bussi, batti, picchi a un certo punto fortissimo. Ma nessuno ti apre, anche se lo vorrebbe. E allora decidi di fracassare tutto, logorare ogni cosa come il più patetico degli stupratori, come il sicario più grossolano, graffiare fino a scuoiare la pelle e incunearti tra i neuroni più dolenti, quelli più vulnerabili che ti accorderanno un posto accanto a loro, senza protestare poi tanto. Parte destra o sinistra ti è indifferente, l’importante sarà possedere, pretendere, sovrastare le tue medesime previsioni. TI ci adagi, come fosse dimora tua. E poi dimentichi perché l’hai fatto, perché hai bussato tanto forte quel giorno, perché hai esagerato quando sarebbe stato sufficiente gettarmi uno sguardo ed attendere la replica che, tempestiva e categorica, sarebbe giunta. Non ricordi neanche tu perché hai battuto così forte e il pentimento è un retrogusto che non riesci a nutrire, perché anche le papille gustative l’hanno proscritto. Troppo remoto, troppo discordante. Sai solo che quel giorno afferrai le tue mani. Che corsi fortissimamente lungo i solchi futuristici delle tue impronte digitali. Che sostai un secondo in più sul polpastrello dell’indice sinistro per testarne la consistenza, la densità, la capacità di reazione nei miei confronti. Ma fu un attimo quasi irrilevante. Dalle mani alle impronte, da quel polpastrello epico fino ad arrivare al polso, brandello di una figura umana che avrei bramato lambire fino a riconoscerne i resti tra i denti. Avrei continuato foss’anche l’ultimo gesto che compivo. Avrei inventato per te un fiammante concetto di completezza, ti avrei abbracciato come si fa con gli alberi, avrei pianto ed esultato sulla base dei tuoi entusiasmi, non sarei riuscito e non avrei potuto distanziarmi dai tuoi occhi come fossero i miei tanto attesi arresti domiciliari. Avrei riesumato Francis per chiedergli di riscrivere ogni cosa, modificare un minuscolo dettaglio e renderti il protagonista più grande di quegli anni ruggenti. Avrei chiesto di cantare per te, organizzare feste e fuochi sacri in tuo onore, t’avrei portato sulle spalle come fossi reliquia e prolungamento del mio collo sofferente. Avrei ceduto ogni singolo frammento sano delle mie cellule superficiali per assicurarti il trionfo, per assistere alla tua vittoria. Una volta per tutte. Avrei congegnato una casa fatta solo di libri e margherite gialle per illuderci che i vent’anni non passano mica nel giro di due minuti, macché. Avremmo tracannato tanto Martini fino a sentirci sfacciati di fronti al nostro fegato medesimo ed avremmo disquisito sul perché non facciamo parte di quel 2% di popolazione mondiale o perché Per chi suona la campana abbia un incipit così amaro e perfetto o perché questo tempo abbia sterminato ogni bruscolo d’umiltà restante. Dov’è adesso la nostra miseria? L’abbiamo maledetta ma ne abbiamo bisogno, adesso più che mai. Dov’è la nostra miseria? Avremmo continuato a bere Martini e saremmo passati direttamente alla bottiglia. Avrei infranto un bicchiere, sì lo so. Ti avrei chiarito il significato della voce illusione e tu mi avresti abbozzato un brano di Leonard Cohen ma ti saresti bloccato subito che poi mi mettevo a piangere e finiva malissimo. No, ricominciamo a dedicare i nostri sforzi al Martini che non sembra neppure qualcosa di alcolico. Avresti smesso di fumare, come me. Avremmo cercato la forma per spadroneggiare i secoli. Son certo pure che avremmo organizzato una seduta spiritica affinché Albert ci dicesse perché ad un certo momento dell’esistenza non si può vivere senza l’idea di gioia tuttavia diventa ogni giorno più arduo. Non ci avrebbe risposto e tu lo sapevi ma io ci speravo. Mi sarei preso tanta paura ma poi avremmo ricominciato a bere. Ché tanto la paura ha la durata di una pesca tra i denti. Ci saremmo chiesti perché la gente a un certo punto decida di sposarsi, come fosse una fase obbligatoria, forse scoprono la necessità irrimandabile dell’amore per la morte e noi non lo sappiamo. Sarebbe stata una notte memorabile, una notte con la luna gialla, come quelle margherite che avrebbero raffigurato casa nostra. Avrebbe fatto caldo e qualsiasi condizionale ne avrebbe risentito. Chissà come parleremo tra venti decenni. Guarda come parliamo adesso, guarda quei congiuntivi lacrimare. Avremmo provato a recuperare i nostri vent’anni ma invano, forse non esistono neppure. Forse quando pensiamo di avere vent’anni, lo stiamo solo sognando ma non sta accadendo veramente. Proveremo a ripetere ogni cosa ed arriverà finalmente settembre, anche questa volta. E, con sé, provocherà un leggero eppur costante formicolio tra le gambe e poi nello stomaco, e poi ancora sul viso. Come un vento che non può fare a meno di agitarsi proprio al tuo fianco. Un vento che accoglie al tempo l’amarezza del fallimento e lo sfolgorio della speranza. E dentro tutto quest’intrigo caotico di impressioni, riesco a sentire l’odore che assumerai tra vent’anni, fra trenta e cinquanta, anche una volta defunto. Lo posso sentire invischiato tra i peli del naso. Come quella volta che ti ho visto la prima volta, che hai bussato forte ed io fingevo di non vederti ed allora ho atteso. Ma tu hai bussato forte ancora e poi più forte fino a farmi perdere temporaneamente l’uso delle palpebre. Come quella volta in cui hai picchiato così forte e poi sei entrato, come fosse un tuo diritto inalienabile. E da lì hai preso possesso di tutto ed ho percepito l’odore che avevi quando sei nato, l’odore di tutta la gente che con il tuo stesso sangue ti ha preceduto, l’odore che avevi la prima volta che ti sei guardato allo specchio, quello che avrai quando come tutto il genere umano finirai sposandoti, il profumo di te leggendo e sospirando e mangiando e andando a letto con chiunque tu vorrai. Non serve più a niente bussare.
Adesso che sei arteria, adesso che sei fiato, adesso che sei origine.

º Adriano Luciani

 

safe_image

De aeternitate mundi

C’è un posto lì vicino alla parte vecchia e sudicia della città, in cui ancora mi sembra di vederti. Ed ogni volta percepisco terso che non avremmo dovuto ricordarci delle nostre vergogne più inconfessate senza darci una mano, senza aiutarci, senza provare a rifugiarci l’uno nelle nostalgie dell’altro, senza tentare un ultimo sforzo di riscatto propositivo, senza credere nella bontà indiscutibile di alcuni concetti. Non avremmo dovuto tenderci la mano senza apprendere i nostri nomi. Non avrei dovuto credere alle bolle di sapone di un debutto paradossale e rovinoso. C’è un posto, lì, vicino alla parte vecchia e sudicia della città, in cui ancora mi sembra di vederti. Forte, abbagliante. Bello, come il bacillo del primo ed originario lottatore ateniese. In quel posto vicino alla parte vecchia della città, in realtà dentro di essa, ti vedo, quando mi capita di passeggiarci, di disorientarmi. Quando solitario, dopo aver comprato due volumi mastodontici, mi ritrovo a passare di lì senza averlo premeditato. O quando si esce a trascurare il dolore e si festeggia proprio lì. Tutte quelle volte ti vedo. Ti rievoco. Mi ricordo di me e della mia gioventù fatiscente. Mi ricordo della mia superstizione anacronistica e quasi religiosa sulla tenacia dell’eternità. Sull’occasione dello sconfinato. Quando capitano quelle volte, tutte quelle volte in cui ti vedo, in cui ti scorgo ex abrupto, in cui i miei neuroni tratteggiano una mappa intellettuale che ha la forma delle tue mani leggendarie, tutte quelle volte mi ricordo di aver scordato ciò che ero. Di averlo barattato per un individuo più accessibile, più plausibile. Di averlo sostituito abilmente in vista d’un futuro onesto eppur meno utopistico, quand’invece l’astrattezza era l’unica cosa che riusciva a suggerirmi coraggio. Quando ti vedo, mi ricordo di me e delle mie parole al vento, di quell’aria di mare di fine luglio che pareva dover risucchiarti nella sua robustezza salina e gravida. Mi ricordo della sensazione di smarrire tutto il resto e possedere solo te. Di quella commozione di vittoria interplanetaria che mi pervase in seguito al nostro incontro. Di quei cavalloni di nitida giustizia che percuotevano vigorosi e alludenti il mio cervello. Ci sono quelle volte in cui ti vedo, in cui riconosco l’essenza dei miei discordanti vent’anni nelle tue spalle muscolose che per me furono cambiamento esclusivo, l’illimitato prima ancora dell’immensità, l’inesistenza degli schemi e delle prescienze razionali, la probabilità d’ogni possibilità senza abbandonare il fulcro di tutte le cose. Quando ti vedo, ricordo che c’è stato un momento della mia vita in cui ho deciso deliberatamente di prendere di mira me stesso e non permettermi di scagionarmi neppure sotto tortura, perché fu quella la prima ed imperativa volta nella quale stabilii di ruotare la testa. Ed è per questo che quando ti vedo, ricordo quello che ero, ciò che mi aveva circoscritto e ciò che sarò fino all’ultimo rivolo di malinconia gocciolante. E ti vedo ancora una volta. Ma arriva l’istante diafano eppur concreto in cui poi decido di voltare lo sguardo, perché tutte quelle volte in cui, lì vicino alla parte vecchia e sudicia della città, mi sembra di vederti e distinguerti forte e sfolgorante. Tutte quelle volte in cui ti vedo, indubitabile e assodato ed evidente, com’è lampante che la terra sia un luogo ospitale, tu non mi vedi. Non ci riesci. Non l’hai mai fatto. Ed allora cambio direzione. Scelgo di voltare lo sguardo e cerco di dimenticare che un giorno non poi così tanto lontano negli annali del mio passato, lì vicino alla parte vecchia e sudicia della città, abbracciai ogni cosa.

º Adriano Luciani

0-2-17-small

A mano a mano

E’ accaduto durante un aprile fin troppo medievale. Avremmo potuto avere settant’anni, precipitarci addosso senza una ragione specifica e finire con l’odiarci fino a estirparci i capelli dalla collera avventata. Avremmo potuto compiere ottantaquattro anni il giorno dopo e presagire nello sguardo dell’altro il riverbero più funesto del proprio inarrestabile fallimento. Avremmo potuto confluire in tanti modi. Io a sette anni e tu a nove e mezzo e giocherellare un po’ per strada, in vacanza, pronti a tornare a fingere di essere bimbi educati con i nostri genitori, ignari delle nostre brame più recondite. Avremmo anche potuto urtarci a quell’età che stermina e ricompone ogni cosa nel giro di venti attimi. Io come la cheerleader più degenerata e disonesta della storia e tu come il nerd più lacrimevole degli ultimi trent’anni di cinema europeo e ci saremmo scontrati fino a disprezzare anche il colore delle nostre parole nell’aria. Quell’aria che non ci avrebbe risparmiato, probabilmente. Ti avrei apostrofato imbecille e me ne sarei fuggito per la mia strada. Mi avresti sognato tutte le notti per poi incappare nell’amore della tua esistenza, quello giusto, quello regolare, quello ideale. Ed avresti smesso, così, di sognarmi. Di vagheggiare quegli occhi, quei miei occhi che a volte implorano a squarciagola che il fumo di tutte le sigarette dell’universo crei una barriera rafferma come il cemento millenario. Come sei milioni di pietre che anche se provi a buttarle giù, resteranno solide più di prima. Avresti smesso di sognarmi, di vagheggiare le mie labbra, le stesse che a volte vorrei azzannare con forza miracolosa. Come se il sangue potesse infine raffigurare la più plausibile e sospirata espiazione. Come una vacanza nell’isola più disabitata del sistema solare. Avremmo potuto incontrarci nelle maniere più imperscrutabili ed astruse dell’universo. Forse ci saremmo soltanto salutati all’angolo delle nostre strade parallele. O forse ci saremmo donati un primo ed ultimo bacio prima di arrivare a dimenticarci per sempre. O ancora avremmo potuto passare l’uno al lato dell’altro, senza esaminare, senza prestare attenzione, senza riconoscerci, senza riconoscere un bel nulla. Transitare, come procedono mansueti i giorni, io intento a replicare al messaggio più inservibile della mia intera esistenza e tu impegnato a parlare al telefono con la tua amica più stravagante. Sfilare l’uno al fianco dell’altro e non vederci, non sapere mai l’uno dell’altro. Forse nelle miriadi di dimensioni alternative e parallele e perpendicolari che ci sovrastano e ci sbaragliano quotidianamente è successo proprio in quel modo. Nella dimensione più realistica dell’umanità non ci siamo mai incontrati e nulla è mai accaduto tra me e te. Nella dimensione più romantica forse stiamo ancora facendo l’amore e son più di mille giorni che non smettiamo di farlo perché in quella dimensione anche la routine più degradante non può fare a meno d’essere sinonimo di primo giorno. Poi c’è la dimensione distopica, la più apparentemente pericolosa, quella in cui non siam stati bravi neppure a concederci un secondo appuntamento, in cui il ricordo dell’altro si è trasformato nel nostro spauracchio sentimentale più temuto. In quella dimensione lì, in cui continuiamo ad odiarci come non ci fosse un domani. Poi c’è la dimensione tormentata dove ci rincorriamo sapendo che non riusciremmo ad afferrarci neanche fossimo dotati di tutta la forza dei pianeti più freddi. Nemmeno se Urano medesimo ci bisbigliasse i suoi segreti nell’orecchio sinistro, quello più infido. Ce ne sarebbero ancora miliardi e poi ancora bilioni di dimensioni da enumerare, e poi inventariare e poi sopprimere e poi immaginare che siano ancora tantissime, fino a deflagrare, fino a farci male l’encefalo. Ci sarebbe da confabulare su quella dimensione anacronistica in cui non possiamo stare insieme perché non abbandoneresti mai tua moglie ed i tuoi cinque figli maschi superalfa per andartene con quell’uomo di cui tutti sparlano in paese, il re delle calunnie, quelle giustificate dicono, quello che, dicono, porta gli uomini con sé fino a deviarli e li obbliga ad essere indecenti, conducendoli su di una congetturata e confutabilissima empia strada. In quella dimensione in cui tua moglie rigurgiterebbe nello stufato di carne di cavallo e coniglio che ha preparato con tanto amore perché i vostri figli crescano forti e coglioni come tutti i maschi medi del mondo. Poi potremmo anche lanciare un’occhiata a quella dimensione rinascimentale in cui le nostre famiglie, oscenamente macchiate di obbrobri e vergogne, si gettano vetri acuminati in faccia, quella dimensione in cui non potremmo amarci neanche se, vanagloriosi e grotteschi, fingessimo d’essere la riproposizione in chiave postmoderna di Wallis ed Edoardo. Potremmo continuare ad enumerarle. Ma non importa a nessuno. A nessuno interessa che non è successo in una di queste dimensioni, bensì durante un aprile fin troppo medievale e che da quel momento in poi è stato come aver avuto la possibilità di leggere tutti i libri del mondo, quelli del passato e quelli del futuro. Sfogliarli uno per uno. È accaduto in questa, sì. E non in qualcuna delle altre dimensioni enumerate o da rubricare, che io possa rammentare almeno. In questa. E’ accaduto in questa dimensione. La stessa che definire bruciante sarebbe un regalo di compleanno con due mesi d’anticipo. La stessa che definire lineare sarebbe pura commedia dell’arte. Ma, in fin dei conti, non importa a nessuno. Questo già lo sapevo.

º Adriano Luciani

LEclisse-Antonioni-2

 

Baciami molto

Ed a un certo punto smetteremo di guardarci, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come il gesto leggendario più anelato. Quasi non ci fosse nient’altro da dirci, da scusarci, da implorarci. Come se quei primi giorni insieme avessero abbozzato l’origine di una disfatta rovinosa, la più devastante eppur grottesca di questi patetici tempi moderni. O postmoderni. O ridicoli e basta. Ad un certo punto smetteremo di guardarci perché in un senso non così tanto sibillino, l’abbiamo già fatto. Abbiamo già smesso di guardarci dentro le pupille ed oltre quel fondo ancora. Abbiamo già smesso di ammettere ciò che sembrava provenisse da molto lontano. Abbiamo già smesso di riconoscerci l’uno come parte integrante armonizzante e concorrente dell’altro. Perché ad un certo punto, che forse è quello stesso punto nel quale abbiamo smesso di guardarci, ci si è scordati della complicità come fattore umano in grado di forgiare condivisione e la si è trasformata in ospite ingrato e animoso e scortese e volgare e zotico e irrispettoso e cattivo come sono cattivi i pensieri degli adulti, come sono cattivi i baci dei tradimenti arbitrari, come sono cattive le parole dell’amico che ti scruta dall’alto e non accarezza fino in fondo quelle tue ferite seviziate dal sole che infiamma sempre più forte. E fa male. Perché non smette di bruciare mentre noi abbiamo già smesso di guardarci da un tempo che definire immemore sarebbe una circonlocuzione pastorale. L’abbiamo fatto rinchiudendoci in gabbie scomode dove il pollice sporco e succube dell’altro è l’unica cosa che ci danno da mangiare. Abbiam permesso all’universo di farci diventare piccoli piccoli, come quegli individui insignificanti che osservavamo per strada quando mano nella mano cercavamo di essere più forti. Quando ridevamo delle tragicommedie altrui credendo che quel sentore di superiorità ci avrebbe salvato, prima o poi. Che non ci fossero dubbi, che eravamo noi i predestinati, i fortunati, gli eletti, gli acclamati, gli strabaciati dalle dee sbendate. Perché s’erano sfasciate gli occhi con brutalità pur di ammirare la nostra esultanza, quella sorte indegna che ci ha reso ancora più ingrati e maligni e scortesi e volgari e maleducati e impertinenti e irrispettosi e cattivi come sono cattivi i pensieri degli adulti disillusi, come sono cattive le rughe che all’improvviso ti ricordano che avresti potuto giocartela meglio, come sono cattivi i passati degli uomini che si accumulano gli uni sugli altri fino a non aver più spessore e né energia e né liceità. All’improvviso smetteremo di guardarci perché l’abbiamo già fatto ed è stato in quel momento che tutti i libri non letti e che non leggeremo mai, per mancanza di tempo o spazio o integrità, ci han guardato, ghignando, come aspirassero a trasformarsi nei nostri più irriducibili nemici. Perché poi, alla fine di questa lacrimevole e desolante fiera, non ci è rimasto più nulla da dirci. E non è faticoso intuire perché ad un certo punto abbiamo optato per la pioggia. Perché il sole, quell’insistente e vanaglorioso e cieco e megalomane ed arrogante del sole, non ha mantenuto la sua parola. E ci siam ritrovati così, come un’aferesi in carne ed ossa. Come un’aferesi un tempo rivoluzionaria e adesso estenuata che, per disperazione, ha già versato ogni rovente speranza nel piatto più spregevole.

º Adriano Luciani

tumblr_l78chxxo4M1qah9gwo1_400_large

Khata

Scrivere vuol dire inscenare un delitto, così, gratuitamente. Scrivere significa simulare il crimine più efferato di tutti i tempi. Fingere che vada tutto bene e buttare giù due parole. Perché l’anno nuovo è cominciato e i buoni propositi si son deteriorati ancor prima di fiorire. Ho commesso vari reati, scrivendo, lo scorso anno. Sono una spugna di peccati abominati. Mi sono travestito da donzella sprovveduta del Duecento francese ed ho fatto in modo che anche da lontano si potesse udire il mio pianto furente. Ho aspettato mansueto e serafico in quella caverna inzaccherata di acredine e stalagmiti umane e non arrivava nessuno. Neppure gli animali, neanche un corvo spietato o una biscia distratta. Nessuno. Niente. Ho aspettato, fingendo che il mio passato potesse fungere da bagaglio gremito e lungimirante. Ho aspettato, gettando in un futuro immaginario le basi di un catastrofico presente. Ma non è arrivato nessuno, anche se ho continuato a singhiozzare tenace, persistente, come due bestie abbandonate il giorno della fine del mondo, che non hanno più sete e né fame e vogliono solo che finisca una buona volta quella pagliacciata nella quale son stati costretti a muoversi. Che finisca presto, che s’annienti prima che possa fare male fin dentro alle vene più timide. Che scompaia il male, così come succede con la primavera che resiste giusto il tempo di un respiro azzardato. E poi arriva il caldo, quello torrido. E pensavi che fosse esattamente ciò di cui avevi bisogno ma non era vero. Non è mai vero. Per una volta ti piacerebbe accomodarti dentro una mezza misura che dicono non esista più. Non è mai esistita. Ma l’aneli. E non ne puoi fare a meno. Che scompaia il dolore che il tuo passato ha forgiato come fosse il tuo alleato più leale. Come se la parola lealtà avesse un senso ancora in questi anni impuri e volgari che ci vedono protagonisti incondizionati di tutta una serie di esistenze che non ci appartengono. Eppure ho continuato ad attendere un segnale. Ciononostante non è arrivato nessuno. Ho sperato di nascosto, come una squattrinata implorazione in lingua d’Oil, che gli eventi modificassero la loro portata naturale. Che s’emendasse ogni cosa. E poi, al contrario, ho pregato affannosamente affinché rientrasse tutto come prima. Ché avrei perdonato tutto, anche il mio passato inumano. Anche i miei peccati più infami. Avrei fatto finta di niente. E che però tornasse immediatamente tutto come prima. Mi son disposto ad aspettare ma non è arrivato nessuno, neanche un uomo gentile a regalarmi un libro. Nessuno. E sono rimasto lì, cosciente che la prima vera consapevolezza di qualsiasi individuo non possa che derivare dalla solitudine. Dallo scandalo ingiurioso nel quale abbiamo trasformato le nostre vite. Dalle speranze abbattute e prive di robustezza. Dall’abitudine al dispiacere, all’angoscia, a quel senso di amarezza che sembra destinato ad aumentare così come s’accresce l’età. Continuo ad aspettare, perché non si sa mai. Perché magari un giorno ci ridesteremo e sarà stato un abbaglio od un scialbissimo scherno da prete non pedofilo. Magari arriverà quel punto delle nostre vite in cui tutto fa meno male, in cui si guarderà al dolore, gli si sorriderà. E ce ne andremo a braccetto per le strade di una metropoli che ancora non hanno congegnato. Forse a un certo punto, va tutto meglio e ci si rende conto che anche vivere vuol dire inscenare un delitto, senza detective né sceriffi in grado di decifrare l’arcano. Leviamo il sipario una volta per tutte, chissà che gli occhi non ardano meno.
In fondo, è inverno ma il sole ha ancora molti millenni da scialacquare. E poi brucerà e bruceremo e non saremo più obbligati ad inscenare il crimine più efferato di tutti i tempi.

º Adriano Luciani

leftovers

Il vantaggio

E’ che m’accosto e mi scosto da voi. Come fosse un riflesso involontario della nostra epoca malata. Quella sete d’effimero protagonismo m’annienta. Non vedo più niente, se guardo indietro. Niente. Posso solo direzionare tutto in avanti. Avrei voluto essere sinonimo di fierezza ed integrità ma mi ritrovo a centellinare proposte inventate da un cervello troppo ambizioso e fingere umiliazioni che se fossimo negli anni ’60, non potrebbero neppur chiamarsi umiliazioni. Perché questi tempi mi fan rabbrividire, mi fan sentire il collo cedere, come se s’autoimpiccasse da solo per una qualche sconosciuta forma di bellezza ancora possibile. Come se la morte non fosse poi una cosa così devastante da accettare. Come se il cambiamento non si potesse prevedere, creare, predisporre. Sei ancora lì, dopo dieci anni. A fingere di volerlo quel cambiamento che non avverrà mai, perché te lo sei giocato. I tuoi capelli brillavano d’argento ma adesso la vita c’ha cucinato sopra e non ti si potrebbe distinguere da tutti quegli altri lì fuori. Io non posso più distinguere nessuno di voi. Io che a malapena mi mantengo in piedi. Io che a malapena riesco ancora a ferire. Io che a malapena posso respirare in queste estati afose, terribili, prive di quella pace che da piccoli amiamo attribuire a una simil stagione. Perché l’estate è cattiva ed io non so più far male. Io non so più farmi male. Ho perso le radici del mio tormento impegnato come son stato a costruirmi un finale passabile. E adesso non mi ricordo più che cosa c’avevo nella testa in quegli anni nei quali ancora riuscivo a riconoscervi. Quando tornare rappresentava un vantaggio che avrei dovuto sfruttare per tutta la vita. Un vantaggio che m’avrebbe reso oggetto di invidia per sempre. Ma non bisogna mai creder che un vantaggio ti assolva dagli sbagli del passato e dai danni del futuro. Un vantaggio è sempre temporale. Sempre precario. Disonesto, la maggior parte delle volte. E bisogna solo ricordarsene ogni volta che ci si passa un secondo assieme. Un vantaggio non è mai per sempre. E quella volta, in cui ho pensato d’aver un vantaggio rispetto al mondo, proprio mentre tornavo, adesso, quella volta, non la ricordo più. E’ lontana. E’ flebile, quasi invisibile la sua luce. E’ vibrante la sua lontananza, come un buco nero nel quale non sia più possibile riconoscere il nostro tempo e il nostro spazio. Finirà tutto quest’universo un giorno e nessuno si ricorderà di noi. Perché non abbiam lasciato nessuna traccia. Ma possiam stare tranquilli perché nessuno si ricorderà neppure di quelli che han lasciato traccia. Perché va tutto così veloce e la memoria è solo un’illusione del ventunesimo secolo. Sozzo, languente, dissennato. Finirà tutto quest’universo e nessuno si ricorderà di noi. E, pur non essendoci, grideremo alto e forte grazie al cielo. Lo grideremo alto e forte, come fossero le nostre prime parole realmente sillabate. Lo grideremo come se davvero fosse possibile stringere la mano del cielo. Come se davvero fosse stato un vantaggio accordatoci da quell’immenso sgomento. Nessuno si ricorderà di noi e ci chiederemo perché era stato così dolce un giorno tornare e perché adesso ci siam persi nello scompiglio. Pretenderemo di tornare alla normalità, prima o poi. E ci sforzeremo con tutti i crismi della possibilità umana e inumana. E per un po’ di tempo ci dedicheremo frasi d’amore e di successo, persuasi d’aver ricostruito certe bellezze che furono. Ma poi dentro di noi lo sapremo sin dal primo momento. Che le cose si devono vivere un minuto e che poi si devon lasciar andare perché non torneranno più. Perché questi anni qui hanno perso tutto l’incanto che potevano permettersi. E permetterci. Perché non esiste più meraviglia quando vedo le vostre facce. Perché non ricordo più di che cosa stiamo parlando io e te. Perché un giorno finirà tutto l’universo e nessuno si ricorderà di noi. Perché spero che quel giorno una qualche singolarità spazio-temporale ci faccia dimenticare ciò che abbiam combinato su questa terra e ci perdoni. Senza schiaffi. Senza troppi dolori. Perché capisca che non avremmo potuto fare altrimenti. Noi, miseri individui deboli di questi momenti nauseanti. Finirà tutto quest’universo un giorno e nessuno si ricorderà di noi.

º Adriano Luciani

protectedimage.php

Guasto

Vorrei raccontarti una storia di me e di te e di tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle, senza paura, senza vergogna. Senza aspettare qualche minuto di più. Forse se fossimo nati in un’altra epoca, o probabilmente se avessimo provato strade alternative, un cammino distinto da quello che abbiamo scelto, forse sì, l’avremmo salvata questa nostra storia che dir d’amore sarebbe uno scherzo, o una infamia, o una semplice bugia. Ti ho sempre detto che t’avrei protetto dalla inesauribile voglia umana che c’abbiamo di mentire, come se la verità fosse realmente poco attraente, come se fosse realmente poco produttiva e non ci garantisse nulla in cambio. Ti ho sempre rassicurato sul fatto che io e te saremmo stati delle eccezioni che scrutano il mondo con quell’energia tipica di chi sa che non è come loro. Di chi è cosciente di non voler commettere gli stessi errori di tutto questo maledetto pianeta che non c’accoglie per davvero, eppure ci maltratta come se tutta la colpa di quello che c’è e che non è andato diversamente, fosse nostra. T’ ho detto che saremmo stati splendenti io e te, in confronto a tutto quell’ammasso di lacrime e timori che è il mondo alle nostre spalle. Ma ti ho mentito anche io. Non ho potuto evitare di farlo perché volevo per noi un futuro diverso da quello che oggettivamente potevo e posso offrirti. Ed ho sempre odiato l’oggettività delle cose, mi sembra sporca, contaminata da quella volontà tutta umana (ogni cosa è così tutta umana che quasi auspico l’avvento di una nuova categoria di relativisti che siano in grado di rimettere in discussione tutto quanto, la vita, il mondo, le stelle, e soprattutto noi stessi). Quell’oggettività che ho sempre trovatro fuori dalla mia portata individualistica dell’esistenza, alla fine ha travolto pure me e ha fatto in modo di colpirti. Di colpire te direttamente. Proprio tu, quello che cercavo di salvare da tutta la merda che il mio cervello continuava e persiste inevitabilmente nello sciorinare, giorno dopo giorno.
Non c’è poi molto da dire al riguardo.
Come una pistola spaccata in testa. Come un elefante che ti colpisce negli occhi con le sue zampe. Come quando l’olio bollente ti brucia una guancia. Come se ti tagliassero la lingua. Come quando fa talmente freddo che ti senti mille aghi intorno al collo. Come l’inverno. Come un Natale senza mia madre. Come i fallimenti. Come il caso. Come la delusione. Come quando il cuore smette di battere per un minuto.
Ho già detto che non c’è poi molto da dire al riguardo.

º Adriano Luciani

Screen Shot 2012-08-15 at 15.28.23

 

Liebster Award 4.0

Pensavo che le mie parole sarebbero sempre più o meno coscientemente passate inosservate. Credevo che i miei tormenti su carta e cervello si auto-escludessero da questa universale condivisione più o meno coscientemente virtuale. Eppure che sorpresa! Che sorrisi grandi come i paradossi dell’esistenza! Che inaspettato tutto ciò e che bello! E quanti astrusi punti esclamativi sto disseminando per la prima volta (e forse ultima) in questo mio blog. Grazie a Ed Felson, magnifico, prolifico e seducente raccontastorie contemporaneo per avermi intravisto in questo caos di nomi e parole ed avermi nominato per il Liebster Award 4.0. Grazie Ed, ti meriti una miriade di film francesi. Adesso, però, mi tocca spiegare un po’ che sta succedendo. Cosa implichi e come funzioni questo concorso. Per la prima volta, insomma, un po’ di regole senza inquietudini di nessun tipo.

  • Ringraziare il blogger che t’ha nominato. (Ed, che te lo dico e ripeto a fare)
  • Rispondere alle dieci domande poste dal blogger in questione.
  • Nominare altri dieci blog con meno di 200 followers (avendone io 23, capirete quanto il mio voto possa valere).
  • Porre dieci nuove domande agli altrettanti blog nominati.

Prima di scovare nuove meraviglie di blog contemporanei, passiamo alle mie risposte.

1. Qual è il libro che più ha influenzato il tuo modo di scrivere? Credo che sia stata la lettura di Dostoevskij a guidare e condizionare totalmente il mio modo di scrivere. Sono sempre stato un amante dei periodi lunghissimi, delle descrizioni infinite a perdita d’occhio, delle ridondanze, delle ripetizioni innecessarie, poi a un certo punto ho letto Memorie dal sottosuolo, L’idiota, L’adolescente, Delitto e castigo, I demoni e I fratelli Karamazov e tutto è diventato più serio, più bello, più indispensabile. E’ Dostoevskij ad avermi influenzato, o magari vorrei tanto che lo avesse fatto sul serio. Ma se devo proprio scovare un libro che rappresenta il silenzioso background di qualsiasi parola, ridicola o lirica, che io metta su carta, allora direi senza dubbio I demoni e il personaggio di Stavrogin.

2. Quale canzone assoceresti al tuo migliore articolo? Non so se ho già scritto il mio migliore articolo. La verità è che ne dubito. Comunque, probabilmente assocerei a questo qui, Dream a little dream of merigorosamente nella versione dei The Mamas & The Papas.

3. Se il tuo blog fosse un film, quale sarebbe?  Hiroshima, mon amour di Resnais. Altrimenti, non ha senso niente.

4. Quando scrivi, ti capita di farlo anche old school, biro su carta? Quasi sempre. Prendo un foglio o qualsiasi cosa su cui sia possibile tracciare linee e simboli, e scrivo generalmente l’origine dei pensieri da cui scaturiscono gli articoli presenti in questo blog. Tormenti e devastazioni varie, immaginate che momenti patetici!

5. Perché scrivi? Perché, al di lá di tutte le banalità possibili, dei dolori, del mondo, delle cose che non sono mai come davvero vorresti che fossero, del tuo passato, del presente che sembra non essere mai all’altezza del tuo futuro, delle mani che ti hanno marcato per sempre, dell’amore, delle distanze e di tutti i libri e le canzoni che fanno male; al di là di tutto davvero, scrivere è l’unica cosa che mi fa sentire nel mio luogo naturale.

6. Devi scrivere una lettera alla persona più importante per te, quali parole inseriresti in un brainstorming? Straniero, bianco, troppo, veloce, giugno, bambino.

7. Pensi che sia meglio scrivere riguardo una foto che non hai, o riguardo un’immagine che possiedi? Quant’è una domanda del cazzo, da uno a dieci, questa? Amo queste domande incredibilmente contorte. Credo sia meglio scrivere riguardo un’immagine che possiedi, perché in quel caso non c’è niente che tu non ci possa fare con lei. Però pure una foto che non ho… in effetti…

8. Quale testo di quale canzone avresti voluto scrivere tu? Un chimico di Fabrizio de Andrè.

9. Qual è il tuo rapporto col mondo reale? Come quello tra due ombre in una stanza grande. No-sense.

10. Cosa speri che rimanga alle persone di quello che scrivi? L’idea che con le mie parole non ho intenzione di far male a nessuno, che le parole se non vengono recepite in qualche forma da qualcuno non hanno nessun senso. Che ho sempre creduto nell’arte fine all’arte medesima, ma forse è intrinseco dell’arte aver bisogno di un essere fatto di carne. Alle decime risposte, sempre comincio a vaneggiare, è inutile…

Passiamo alle nomination, va.

1. Hangitaitokan, perché è uno spettacolo vedere come le parole e le frasi possano essere perfette e come i tormenti lirici nascano sempre dai cervelli migliori.

2. Detriti, perché secondo me è un blog meraviglioso e chi ci scrive è geniale.

3. Solo niente dentro. Probabilmente ha più di 200 followers, cioè suppongo di sì ma non so ben rendermi conto del numero dei seguitori. In ogni caso, non posso non nominarlo, perché sono totalmente pazzo di Simon James Terzo.

4. Kalosf, perché l’incontro tra le sue foto e le sue parole è davvero bellissimo.

5. Corner House Pub, perché il suo vintage ma con classe mi piace tantissimo.

6. MechanicalMeg, perché il più delle volte scrive cose che avrei voluto anche dire io.

7. Andrea Gruccia, perché il suo modo di scrivere è divertente ed attraente in egual misura.

8. Attraverso cose strane, perché ha scritto la frase Mi manchi come un grande proposito andato a puttane e quindi ha la mia stima eterna.

9. Sherazade, perché la sua frase di Milton ad entrata del blog è stata una delle prime cose che abbia letto qui su WordPress. Ed è un blog longevo per davvero.

10. Estikazzi, perché è davvero un bel blog.

Come ho già scritto, non sono in grado di riconoscere a prima vista se un blog possieda più o meno di 200 followers. E’ probabile che mi sia sbagliato ripetutamente. In quel caso, venia per sempre ma il virtuale mi detesta. Adesso è il turno delle mie domande per voi dieci.

Perdonatemi, chiaramente non so quello che faccio.

1. Qual è il libro che salverai dall’universo quando Internet ci mangerà tutti?

2. Quale libro ti penti d’aver letto?

3. Quale titolo di quale libro definirebbe perfettamente il senso del tuo blog?

4. Se ci potesse essere una canzone di sottofondo costante al tuo blog, quale sarebbe?

5. Qual è lo stato d’animo che speri suscitare nei tuoi lettori?

6. Qual é lo stato d’animo che alla fine della fiera susciti realmente nei tuoi lettori?

7. Esiste un film che abbia realmente condizionato la tua maniera di rapportarti al cinema?

8. ..E alla vita?

9. Qual è la cosa che più ti infastidisce in un blog altrui?

10. Che ti importa, realmente, del mondo reale?

Non c’è molto da aggiungere. A parte che il mio psicoterapeuta immaginario starà aggrottando il sopracciglio destro un sacco. E per sempre.

Grazie Ed, ancora una volta.

º Adriano Luciani